Schema Therapy

 

Questo nuovo approccio terapeutico è centrato sull’individuazione e la modificazione di alcuni aspetti psicologici profondi, detti “schemi maladattivi precoci” (SMP). Il terapeuta che applica la Schema Therapy tenta di ricostruire lo sviluppo di questi schemi dalla prima infanzia al presente, dedicando particolare attenzione, nella loro analisi e comprensione, alle relazioni interpersonali del paziente. Utilizzando il modello, il paziente riesce a rendere egodistonici i propri tratti di personalità disfunzionali e, di conseguenza, è facilitato nel modificarli. Il terapeuta lo aiuta a modificare i propri schemi patogeni, attraverso l’utilizzo di strategie cognitive, emotive, comportamentali e interpersonali. Quando il paziente mette in atto i meccanismi disfunzionali tipici dello schema maladattivo precoce, il terapeuta, in modo empatico, gli ricorda i vantaggi che otterrebbe dal cambiamento e, svolgendo una funzione di parziale reparenting, cerca di colmare, in parte, le carenze che il paziente ha subito durante l’infanzia.

Lo schema rappresenta la struttura che l’individuo utilizza per interpretare la realtà e le esperienze vissute e di cui si avvale per trovare delle spiegazioni, per filtrare le percezioni e per guidare le proprie reazioni. Uno schema è dunque una rappresentazione astratta delle caratteristiche di un evento, una sorta di traccia dei suoi elementi più rilevanti. Ad ogni modo, nell’ambito della psicologia e della psicoterapia, di solito si tende a definire schema un qualunque principio organizzativo tramite il quale l’individuo può interpretare le esperienze vissute. In base a tale definizione, uno schema può essere sia positivo che negativo, funzionale all’adattamento o meno, e può avere origine sia nell’infanzia che in età adulta. È noto, in ambito psicoterapeutico, come gli schemi, che solitamente si formano durante l’infanzia, tendano a riattivarsi e a ripresentarsi durante le esperienze vissute in età adulta, anche quando non risultano più adeguati. Questo fenomeno, dovuto a un bisogno di “coerenza cognitiva”, ha la funzione di mantenere una certa stabilità nella visione di se stessi e del mondo, anche quando questa visione risulta inappropriata o distorta.

 

La definizione di schema secondo Young

Secondo Young (1990, 1999), alcuni schemi – in particolare quelli che si sviluppano in seguito ad un’esperienza negativa vissuta nell’infanzia – potrebbero essere all’origine dei tratti di personalità patologica o dei veri e propri disturbi di personalità, nonché di molte patologie croniche di Asse I. Per sviluppare questa teoria, Young ha individuato un gruppo di schemi che ha denominato schemi maladattivi precoci (SMP). Secondo la definizione di Young un SMP è:

 un concetto o modello omnicomprensivo;

formato da ricordi, emozioni, pensieri e sensazioni somatiche;

utilizzato per comprendere se stessi e il rapporto con gli altri;

sviluppato nell’infanzia o nell’adolescenza;

presente in tutte le fasi della vita;

evidentemente poco funzionale.

 In sintesi, un SMP è una struttura emotiva e cognitiva disfunzionale, che si consolida nelle prime fasi dello sviluppo e si mantiene per tutta la vita. È importante notare come, secondo questa definizione, il comportamento di un individuo non faccia parte dello schema. Young considera, infatti, i comportamenti maladattivi delle risposte ad uno schema; essi, quindi, sono innescati dagli schemi ma non ne fanno parte.

 

LE CARATTERISTICHE DEGLI SCHEMI MALADATTIVI PRECOCI    

D’ora in avanti utilizzeremo i termini “schema” e “schema maladattivo precoce” come sinonimi. Prendiamo, ad esempio, il caso di un paziente che presenta uno dei quattro schemi più ostinati e devastanti: Abbandono/Instabilità; Sfiducia/Abuso; Deprivazione emotiva; Inade­guatezza/Vergogna. Se da bambino il paziente ha subito un abbandono o un abu­so, è stato trascurato o rifiutato, in età adulta il suo schema maladattivo si attiverà di fronte a situazioni che ritiene inconsciamente simili alle esperienze traumatiche vissute nell’infanzia e proverà una forte emozione negativa, che può essere di dolore, di vergogna, di paura o di rabbia.

Non tutti gli schemi hanno origine da un trauma o da un maltrattamento subi­to da bambini, ma la maggior parte di essi sono causati da esperienze nocive che si protraggono per tutta l’infanzia e l’adolescenza. Un individuo, ad esempio, può sviluppare uno schema di Dipendenza/Incapacità senza aver vissuto da bambino alcun evento traumatico, ma, al contrario, essendo cresciuto in una famiglia iper­protettiva o in un ambiente estremamente rassicurante.

Gli schemi maladattivi precoci sono resistenti al cambiamento; questo, come abbiamo già detto, è dovuto al bisogno di coerenza insito nell’essere umano: essi sono, infatti, un qualcosa di ben conosciuto dal soggetto e, pur essendo fonte di sofferenza, risultano sicuri e familiari. Le persone tendono ad essere attratte proprio dalle situazioni che attivano gli SMP e questo è uno dei motivi per cui è così difficile modificarli. I pazienti, inoltre, considerano gli schemi delle verità assolute e, di conseguenza, continuano ad utilizzarli nel tempo per interpretare gli eventi. Gli schemi giocano, dunque, un ruolo fondamentale nel modo di pensare, di sentire, di relazionarsi con gli altri e di agire del paziente e, paradossalmente, lo inducono a ricreare senza volere, in età adulta, lo stesso tipo di situazioni che lo hanno ferito maggiormente da bambino.

Gli SMP si originano nell’infanzia o nell’adolescenza come rappresentazioni realmente fondate dell’ambiente nel quale si è vissuti. La nostra esperienza ci ha dimostrato, infatti, come gli schemi riflettano abbastanza fedelmente l’atmosfera in cui ha vissuto l’individuo che li presenta. Ad esempio, quando un paziente descrive i propri genitori come freddi e poco affettuosi, ha generalmente ragione, anche se probabilmente non comprende perché la sua famiglia avesse tali difficoltà a dimostrargli affetto o ad esprimere i propri sentimenti. Le spiegazioni che at­tribuisce al loro comportamento tendono ad essere sbagliate, ma la percezione dell’emotività e dell’atteggiamento della famiglia nei suoi confronti risulta quasi sempre realistica.

La natura invalidante degli schemi, solitamente, si fa notare in età adulta, quan­do il paziente inizia a manifestarli nei rapporti interpersonali, pur non essendo in grado di averne una reale consapevolezza. Gli schemi maladattivi precoci e le relative modalità di risposta, infatti, sono spesso all’origine di alcuni problemi cronici di Asse I, come ad esempio l’ansia, la depressione, la tossicodipendenza e i disturbi psicosomatici.

Gli SMP sono dimensionali, nel senso che possono essere più o meno gravi e invalidanti, e la gravità di uno schema è direttamente proporzionale al numero di situazioni capaci di attivarlo. Un individuo che è stato oggetto, fin da bambino, di critiche aspre e ricorrenti da parte di entrambi i genitori, tenderà ad esperire lo schema di Inadeguatezza ogni qual volta si troverà in contatto con altre persone; colui che ha subito, a partire dall’adolescenza, critiche meno aspre, occasionali e da parte di un solo genitore, tenderà a manifestare lo stesso schema, ma molto più raramente e magari soltanto in presenza di figure autoritarie ed esigenti dello stesso sesso del genitore criticante. La gravità di uno schema, inoltre, è propor­zionale all’intensità e alla durata della sensazione negativa che scatena quando si attiva.

Come già accennato, gli schemi, in generale, possono essere sia positivi che negativi e possono instaurarsi sia nell’infanzia che in età adulta; tuttavia il no­stro obiettivo è quello di analizzare esclusivamente gli schemi maladattivi pre­coci.

 

COME SI SVILUPPANO GLI SCHEMI

I bisogni primari

Il presupposto su cui ci basiamo è che gli schemi derivino dalla frustrazione, durante l’infanzia, di almeno uno dei cinque bisogni primari dell’essere umano:

• legami stabili con gli altri (bisogno di protezione, stabilità, cura e ac­cettazione);

• autonomia, senso di competenza e d’identità;

• libertà di esprimere i bisogni e le emozioni fondamentali;

• spontaneità e gioco;

• limiti realistici e autocontrollo.

Questi bisogni sembrano essere universali e comuni a tutti gli individui, sebbe­ne in alcuni siano più marcati e in altri meno. Una persona in buona salute men­tale è capace di trovare delle strategie funzionali al soddisfacimento dei propri bisogni emotivi primari.

L’interazione tra il temperamento innato del bambino e l’ambiente in cui cresce può portare alla frustrazione, piuttosto che alla soddisfazione, dei suoi bisogni primari. Scopo della Schema Therapy e di tutte le modalità d’intervento relative è di aiutare il paziente a trovare delle strategie funzionali al soddisfacimento di questi bisogni.

Le esperienze della prima infanzia

All’origine degli SMP possiamo quasi sempre associare delle esperienze nega­tive vissute durante l’infanzia. In generale, le modalità con le quali un bambino si approccia al mondo esterno coincidono con le dinamiche che ha vissuto nel contesto familiare. Di solito, gli schemi maladattivi precoci si attivano quando il soggetto si trova in situazioni che gli ricordano un evento traumatico vissuto in ambito familiare, generalmente durante l’infanzia, per lo più nella relazione con uno dei genitori. Altri fattori, quali le amicizie, l’ambiente scolastico, il gruppo dei pari e i condizionamenti sociali, diventano sempre più importanti via via che il bambino cresce e possono essere anch’essi responsabili dello sviluppo di alcuni SMP; in linea di massima, tuttavia, questi schemi sono meno persistenti e meno invalidanti (lo schema Esclusione sociale, ad esempio, tende ad instaurarsi negli ultimi anni dell’infanzia o nell’adolescenza e non riflette necessariamente le espe­rienze familiari).

Abbiamo individuato quattro tipi di esperienze che favoriscono la formazione degli schemi maladattivi precoci in età infantile. La prima è la frustrazione dei bisogni primari, che porta allo sviluppo di schemi quali quello della Deprivazione emotiva o dell’Abbandono; ciò accade quando il bambino soffre di una qualche carenza emotiva, vive in una situazione d’instabilità, non trova l’adeguata comprensione o non riceve abbastanza amore. La seconda consiste nel trauma o nel maltrattamento; in questo caso, il bambino viene ferito emotivamente o maltrattato e sviluppa schemi del tipo Sfiducia/Abuso, Inadeguatezza/Vergogna o Vulnerabilità. Una terza situazione è quella in cui il bambino riceve troppe attenzioni e i genitori riversano su di lui eccessive manifestazioni di affetto e di stima o elevate aspetta­tive, atteggiamenti che, in giusta misura, sarebbero positivi. Difficilmente schemi come quelli di Dipendenza/Incompetenza o Pretese/Grandiosità scaturiscono da episodi di maltrattamento; è più facile che il bambino sia stato troppo cocco­lato o viziato e che i suoi bisogni primari connessi allo sviluppo di autonomia e di limiti realistici siano rimasti insoddisfatti, così come è probabile che i genitori siano stati troppo presenti nella sua vita, che lo abbiano protetto troppo o, al contrario, che gli abbiano dato troppa libertà e autonomia.

Il quarto tipo di esperienza che favorisce l’instaurarsi degli SMP è la co­siddetta interiorizzazione dell’altro significativo o, in altre parole, l’identificazione con un familiare. Il bambino sceglie il genitore con cui identificarsi e ne introietta i pensieri, le emozioni, le esperienze e i comportamenti.

Il temperamento

Lo sviluppo di uno schema in un bambino non è determinato esclusiva­mente dall’ambiente nel quale trascorre i primi anni dell’infanzia; il suo tem­peramento di base, innanzitutto, può giocare un ruolo fondamentale. Come ben sanno tutti i genitori, ogni bambino è dotato di una “personalità” o di un temperamento unico e ben distinto fin dalla nascita: può essere più o meno nervoso, più o meno timido, più o meno aggressivo e cosi via. L’importanza dei fattori biologici nello sviluppo della personalità è documentata da un gran numero di ricerche. Kagan e colleghi (Kagan, Reznick e Snidman, 1988), ad esempio, hanno ampiamente studiato i tratti distintivi del temperamento nei primissimi mesi di vita, rilevando come essi siano notevolmente stabili nel cor­so di tutta l’esistenza di un individuo. Di seguito riportiamo alcuni aspetti del temperamento che sembrano essere innati e che la psicoterapia, da sola, diffi­cilmente riesce a modificare:

• emotività/mancanza di emotività;

• pessimismo/ottimismo;

• ansia/calma;

• ossessività/superficialità;

• passività/aggressività;

• irritabilità/pacatezza;

• introversione/estroversione.

Potremmo rappresentare il temperamento su un grafico in cui venga ripor­tato come si colloca l’individuo riguardo ad ognuna delle suddette dimensioni, ottenendo sempre grafici diversi e irripetibili. Possiamo ipotizzare che gli SMP scaturiscano dall’interazione tra il temperamento del bambino e le esperienze negative vissute.

A seconda del suo temperamento di base, inoltre, un bambino potrà essere più esposto di un altro a determinate situazioni. Ad esempio, è più probabile che sia un bambino aggressivo a suscitare la rabbia di un genitore violento, piuttosto che un bambino calmo e mansueto. Il temperamento può determinare anche il grado di sensibilità di un bambino di fronte a determinati avvenimenti: due bambini che sono stati trattati dai genitori allo stesso modo, infatti, possono reagire molto di­versamente l’uno dall’altro. Se consideriamo, ad esempio, una madre che ha avuto un atteggiamento rifiutante nei confronti dei figli, possiamo notare come quello dal temperamento introverso conduca una vita ritirata e, man mano che cresce, dipenda sempre più dalla mamma, mentre quello dal temperamento estroverso sia più intraprendente e vada alla ricerca di altre persone con cui stabilire rapporti più gratificanti. La capacità di socializzare si è più volte dimostrata una risorsa importante per quei bambini che crescono senza problemi pur essendo stati tra­scurati o maltrattati dai genitori.

In alcuni casi, è il contesto familiare particolarmente favorevole o, al contrario, avverso ad influenzare il temperamento. Un ambiente domestico rassicurante e pieno d’affetto può rendere anche un bambino timido relativamente socievole in molte situazioni; al contrario, un bambino socievole che viene continuamente ri­fiutato può, a sua volta, diventare riservato. Per gli stessi motivi, un bambino con un temperamento particolarmente difficile può sviluppare una psicopatologia pur crescendo in un contesto familiare normale.

CLASSIFICAZIONE DEGLI SCHEMI MALADATTIVI PRECOCI

Nel modello a cui si fa riferimento, sono stati individuati diciotto schemi, clas­sificati in cinque categorie, chiamate “domini degli schemi”, per indicare i bisogni frustrati che sottostanno allo schema.

Dominio 1: Distacco e rifiuto

I pazienti che presentano gli schemi di questa categoria sono incapaci di sta­bilire delle relazioni sicure ed appaganti, perché sono convinti che il loro biso­gno di stabilità, sicurezza, cura, amore e accettazione non sarà mai soddisfatto. Solitamente, in questi casi, la famiglia di origine è una famiglia instabile (Ab­bandono/Instabilità), violenta (Sfiducia/Abuso), poco affettuosa (Deprivazione emotiva), troppo esigente (Inadeguatezza/Vergogna) o isolata dal mondo esterno (Esclusione sociale/Alienazione). Da questo dominio, e specialmente dai primi quattro SMP, si originano alcune tra le più gravi patologie relazionali, in quanto la maggior parte delle persone con questi schemi ha subito un trauma nell’infanzia e tende a passare da un relazione disastrosa all’altra o ad evitare qualsiasi tipo di legame importante. Il rapporto terapeuta-paziente è, in questi casi, uno strumen­to terapeutico estremamente importante.

Abbandono/Instabilità: questi soggetti hanno la sensazione che i legami affetti­vi fondamentali siano instabili; pensano che l’altro li abbandonerà o li sostituirà con qualcuno migliore di loro; valutano l’altro come inaffidabile da un punto di vista affettivo o troppo poco presente; considerano tutte le relazioni come destinate a morire.

Sfiducia/Abuso: questi soggetti hanno la convinzione che gli altri vogliano ap­profittarsi di loro; hanno paura di subire delle violenze, una forte delusione o un’umiliazione; temono che l’altro dica loro delle bugie, che li inganni o che li manipoli.

Deprivazione emotiva: questi soggetti ritengono di non riuscire ad avere dei lega­mi soddisfacenti da un punto di vista emotivo. Ne esistono tre forme: (1) dovuta a carenza di cure (mancanza di affetto o attenzione); (2) dovuta a carenza di em­patia (mancanza di ascolto e comprensione); (3) dovuta a carenza di protezione (mancanza di persone forti o capaci di fungere da guida).

Inadeguatezza/Vergogna: questi soggetti hanno la sensazione di essere inade­guati, sbagliati, inferiori o immeritevoli e di non piacere agli altri. Di solito, si vergognano dei difetti che sono convinti di avere, nascosti (ad esempio, egoismo, impulsi aggressivi, desideri sessuali inaccettabili) o manifesti (ad esempio, aspetto fisico poco attraente o difficoltà nel socializzare) che siano.

Esclusione sociale/Alienazione: al di fuori del contesto familiare, questi soggetti si sentono diversi o incompatibili con gli altri e, generalmente, non trovano alcun gruppo o comunità di cui sentirsi parte.

 

Dominio II: Mancanza di autonomia e abilità

Per autonomia si intende la capacità di una persona di distaccarsi dalla fami­glia d’origine e di crearsi una vita più o meno indipendente, in relazione all’età. I pazienti che presentano schemi appartenenti a questa categoria hanno delle aspet­tative nei confronti di se stessi e del mondo che interferiscono con la capacità di differenziarsi dalle figure genitoriali e di crearsi una vita indipendente. Si tratta di soggetti che, durante l’infanzia, sono stati iperprotetti e che hanno avuto una fami­glia d’origine che interveniva in ogni situazione sostituendosi a loro. In alcuni casi, ma molto più raramente, gli schemi appartenenti a questa categoria si riscontrano in soggetti che hanno vissuto l’esperienza opposta, di una famiglia che li trascu­rava e si curava di loro a malapena, abbandonandoli a se stessi durante la crescita. Entrambe le situazioni, infatti, estreme per un verso o per l’altro, favoriscono pro­blematiche nell’ambito dell’autonomia. Spesso i genitori di queste persone sono state, nel passato, una vera e propria minaccia per la loro autostima e non sono stati capaci di fornire stimoli a sufficienza da consentire loro di vivere ed agire adeguatamente all’esterno dell’ambiente familiare. Di conseguenza, questi soggetti risultano incapaci di crearsi un’identità e una vita indipendente; non riescono a porsi degli obiettivi né ad acquisire le attitudini necessarie al loro conseguimento. In relazione alla capacità di rapportarsi adeguatamente al mondo che li circonda e alle abilità che presentano in età adulta, essi rimangono, in effetti, dei bambini. I soggetti che presentano lo schema Dipendenza/Incompetenza si sentono inca­paci di affrontare le responsabilità quotidiane senza un aiuto decisivo da parte degli altri. Tendono a sentirsi inadeguati nel gestire il denaro, si ritengono incapaci di risolvere i problemi pratici, di fare delle valutazioni appropriate, di assumersi impegni o di prendere delle decisioni sensate. Lo schema, di solito, si traduce in una passività generale o in un’eccessiva dipendenza.

Lo schema Vulnerabilità al pericolo o alle malattie consiste nel timore esagerato che possa accadere da un momento all’altro qualcosa di catastrofico e nella con­vinzione di non essere in grado di gestire la situazione. Le paure possono essere incentrate sulle seguenti tipologie di catastrofi: 1) mediche (infarto, malattie come l’Aids, ecc.); 2) emotive (perdita della ragione o del controllo, ecc.); 3) esterne (incidenti, atti criminosi, catastrofi naturali, ecc.).

I soggetti che presentano lo schema Invischiamento/Sé poco sviluppato sono così coinvolti in una o più relazioni affettive con le persone care (prevalentemente con i genitori) da non riuscire a sviluppare una piena identità ed a raggiungere un adeguato inserimento sociale. Chi ha questo schema ritiene di non poter vivere senza l’altra persona, che l’altra persona non possa vivere senza di lui, o entrambe le cose. Lo schema, talvolta, genera una sensazione di inscindibilità e immedesimazione con gli altri o la percezione di non avere un adeguato senso d’identità e dei precisi obiettivi.

Lo schema Fallimento si fonda sulla convinzione che il tentativo di raggiungere qualsiasi obiettivo (scolastico, sportivo, professionale) si concluderà inevitabil­mente con un insuccesso. Chi presenta questo schema ha la sensazione di esse­re sostanzialmente inferiore ai propri pari nella capacità di raggiungere i propri obiettivi. Lo schema spesso induce il paziente a ritenersi poco intelligente, inetto, privo di talento e, di conseguenza, destinato al fallimento.

 

Dominio III: Mancanza di regole

I pazienti con schemi che rientrano in questo dominio non hanno sviluppato adeguate regole in ambito relazionale e interpersonale. Riescono difficilmente a rispettare gli altri, hanno problemi a cooperare, ad assolvere gli impegni e a rag­giungere obiettivi a lungo termine. Appaiono spesso come delle persone egoiste, irresponsabili o narcisiste. In genere sono cresciuti in una famiglia indulgente e permissiva Da bambini, questi pazienti, sono stati esonerati dal seguire le regole generali di comportamento, dal rispettare gli altri o dallo sviluppare una forma di autocontrollo. Da adulti, non riescono a frenare gli impulsi e a rinunciare a gratificazioni immediate in vista di soddisfa­zioni a lungo termine.

Lo schema Pretese/Grandiosità è caratterizzato da una sensazione di superiorità. Chi lo presenta si arroga, infatti, dei diritti e dei privilegi speciali senza rispettare le regole di reciprocità che sono alla base dei rapporti sociali. Spesso è caparbia­mente convinto di potere fare tutto, anche a discapito degli altri, e si pone, in modo esasperato, come unico obiettivo la superiorità, intesa come strumento per ottenere potere (mira, ad esempio, a diventare una delle persone più ricche, più af­fermate o più famose). Spesso ha un atteggiamento troppo esigente o dominante, ed è decisamente poco empatico.

I pazienti che presentano lo schema Autocontrollo o autodisciplina insufficienti non esercitano, per incapacità o per mancanza di volontà, un sufficiente autocontrol­lo, e non riescono a tollerare la frustrazione e gli ostacoli che inevitabilmente si in­contrano nel raggiungimento degli obiettivi personali. Queste persone esprimono senza nessun controllo emozioni e impulsi e, quando lo schema è poco marcato, tendono ad evitare, in modo eccessivo, ogni disagio, cercando di sfuggire alla maggior parte dei confronti e delle responsabilità.

 

Dominio IV: Eccessiva attenzione ai bisogni degli altri

Le persone che presentano schemi appartenenti a questo dominio danno ec­cessiva importanza al soddisfacimento dei bisogni altrui, a discapito dei propri. Il vantaggio di questo comportamento è ottenere approvazione, preservare i legami emotivi o evitare le reazioni degli altri. Quando interagiscono con qualcuno, ten­dono a focalizzarsi quasi esclusivamente sulle reazioni dell’altra persona, ignoran­do i propri bisogni e rimanendo, spesso, inconsapevoli delle sensazioni di rabbia che provano o delle preferenze che hanno. Da bambini, è stata loro negata la li­bertà di seguire le proprie inclinazioni; da adulti, invece di focalizzarsi su se stessi, si focalizzano sugli altri, tentando di soddisfare i loro desideri. La famiglia tipica di questi pazienti è caratterizzata da un atteggiamento di accettazione condizionata: per ricevere amore o per essere approvato, il bambino è costretto a modificare al­cuni degli aspetti principali della sua personalità. In molte famiglie di questo tipo, i genitori danno più importanza ai propri bisogni emotivi o alle apparenze sociali piuttosto che ai bisogni soggettivi dei figli.

Il paziente che presenta lo schema Sottomissione lascia agli altri un’eccessiva ca­pacità di controllo. La persona si sente costretta ad agire così allo scopo di evitare la rabbia, le reazioni aggressive o l’abbandono dell’altro. Le due forme principali sono: (1) la sottomissione dei bisogni, che consiste nel reprimere preferenze e desideri; (2) la sottomissione delle emozioni, che comporta la repressione delle reazioni emotive, in particolar modo della rabbia. Questo schema, generalmente, porta la persona a considerare sbagliati o ininfluenti i propri bisogni e le proprie sensazioni. Spesso lo schema si traduce in un’eccessiva disponibilità, nell’ansia di piacere e nel sentir­si eccessivamente obbligati a fare ciò che vogliono gli altri. Lo schema Sottomis­sione tende a scatenare nel paziente delle sensazioni di rabbia che si manifestano attraverso sintomi maladattivi (ad esempio, comportamenti passivo-aggressivi, scoppi incontrollati di rabbia, sintomi psicosomatici o improvvisi allontanamenti dalle persone care).

I pazienti che presentano lo schema Autosacrificio rinunciano volontariamente alle gratificazioni personali per soddisfare le esigenze degli altri. Il loro obiettivo è quello di risparmiare agli altri le sofferenze, evitare i sensi di colpa, rinforzare l’autostima o preservare un legame affettivo con le persone per le quali il sog­getto ritiene di essere importante. Spesso questo schema scaturisce da un’accesa sensibilità verso le sofferenze altrui; esso comporta la sensazione che i propri bisogni non vengano adeguatamente soddisfatti e, di conseguenza, può generare un profondo risentimento. Questo schema è sovrapponibile al concetto di “codi­pendenza” nel “metodo dei dodici passi” sviluppato per gli alcolisti.

Chi presenta lo schema Ricerca di approvazione o riconoscimento manifesta una ten­denza eccessiva a ricercare l’approvazione e il riconoscimento da parte degli altri, a discapito dello sviluppo di un’identità stabile e autentica. Il parametro che que­ste persone utilizzano per misurare la propria autostima sono le reazioni degli altri più che le proprie. Questo schema spesso comporta una preoccupazione eccessi­va per lo status sociale, l’apparenza, la condizione economica o il successo, intesi come mezzi per ottenere approvazione o riconoscimento. Le scelte di vita di chi presenta questo schema, spesso, sono poco autentiche e poco soddisfacenti.

Dominio V: Ipercontrollo e inibizione

I pazienti il cui schema rientra in questo dominio sopprimono sia le emozioni che gli impulsi. Sono così impegnati a rispettare le rigide regole che hanno interiorizzato riguardo a come devono essere le loro prestazioni da trascurare le esperienze ludiche, l’espressione di sé, il riposo, le relazioni intime e perfino la salute. Lo schema tende a svilupparsi in soggetti che hanno vissuto un’infanzia cupa, all’insegna della repres­sione e della rigidità, in cui l’autocontrollo e l’autonegazione avevano un ruolo pre­dominante rispetto alla spontaneità e alle gratificazioni. Da bambini, questi pazienti non erano incoraggiati a intraprendere attività ricreative e non erano educati alla ricerca della felicità. Erano indotti, piuttosto, ad essere eccessivamente vigilanti nei confronti delle esperienze negative e a sviluppare una visione del mondo del tutto deprimente. Di conseguenza, la vita di questi pazienti è dominata in ogni momento dal pessimismo e dalla preoccupazione, che deriva dalla paura di trovarsi in perico­lo non appena tralasciano l’atteggiamento costante di vigilanza e attenzione. Nello schema Negatività/Pessimismo gli aspetti negativi dell’esistenza (dolore, morte, perdita, delusione, conflitto, tradimento) sono tenuti eccessivamente e costantemente in con­siderazione, mentre gli eventi positivi sono del tutto sminuiti. Lo schema comporta una paura esagerata che le cose possano precipitare in modo irrimediabile in un ambito qualsiasi dell’esistenza, da quello professionale a quello finanziario, o nelle relazioni interpersonali. I pazienti che presentano questo schema sono tormentati dal timore irrazionale di commettere un errore qualsiasi che possa provocare crolli finanziari, perdite, umiliazioni o possa coinvolgerli in situazioni negative. A causa di queste aspettative eccessivamente negative, il paziente è spesso preoccupato, appren­sivo e ipervigilante, tende a lamentarsi e non riesce a prendere delle decisioni. I pazienti che presentano lo schema Inibizione emotiva reprimono il loro spon­taneo modo di agire, di sentire e di comunicare. Si comportano così per evitare di essere criticati o per non rischiare di perdere il controllo degli impulsi. Questo atteggiamento riguarda in particolare quattro aree: (1) l’inibizione della rabbia; (2) l’inibizione degli impulsi positivi; (3) la difficoltà ad esprimere la vulnerabilità; (4) l’esaltazione della razionalità a discapito delle emozioni. Questi pazienti spesso appaiono poco espressivi, poco spontanei, introversi o emotivamente freddi.

Lo schema Standard severi/Ipercriticismo consiste nel sentire di dover raggiunge­re a tutti i costi degli obiettivi estremamente severi che sono stati interiorizzati; questo, generalmente, avviene allo scopo di evitare la disapprovazione degli altri o la vergogna nei confronti di se stessi. Lo schema, nella sua forma più tipica, genera la sensazione di subire costantemente pressioni e un atteggiamento di ipercriticismo nei confronti di se stessi e degli altri. Si può veramente parlare di schema maladattivo precoce solo quando persistono implicazioni significative sulla salute mentale del paziente, sulla sua autostima, sulla sua vita relazionale o sulla sua capacità di avere esperienze piacevoli. Lo schema può assumere tre forme diverse: (1) perfezionismo (il bisogno di fare tutto “alla perfezione”, l’ecces­siva attenzione ai dettagli o la sottostima del livello delle proprie prestazioni); (2) regole rigide e “doveri” in molti ambiti esistenziali, tra i quali dobbiamo considerare anche quegli standard talmente severi da risultare irrealistici nella sfera morale, culturale o religiosa; (3) preoccupazioni riguardo al tempo e all’efficienza.

Lo schema Punizione consiste nella convinzione che chi commette un errore debba essere severamente punito. Chi presenta questo schema tende a non tol­lerare o a provare rabbia verso chi non rispetta gli standard da lui fissati (incluso se stesso); a questo si aggiunge una notevole difficoltà a perdonare gli errori, derivante da una certa riluttanza a considerare i fattori attenuanti, a tenere conto delle intenzioni o ad ammettere l’imperfezione dell’essere umano.